Amerigo Vespucci, la nave più bella del mondo

Sulla nave scuola della Marina Militare Italiana è stato scritto tantissimo e molte notizie si trovano sul web.

Spesso si sente associare al veliero la definizione di nave più bella del mondo; una qualità assegnata per la prima volta molti anni addietro.

12 luglio 1962, nel Mediterraneo si incontrano la portaerei USS Independence, varata 4 anni prima, e il Vespucci.

Facendo seguito ad un’antica tradizione marinara, dalla portaerei venne inviato un messaggio a lampi di luce di richiesta di identità di quella solenne nave a vela.

Dal veliero la pronta risposta: Nave scuola Amerigo Vespucci, Marina Militare Italiana.

Al che dalla nave statunitense: Siete la nave più bella del Mondo

Cocca

Derivata da un’imbarcazione medioevale delle coste del Mar Baltico, non pontata, a remi e con timone laterale, impiegata per brevi distanze, nota come kogge in olandese e cog in inglese, dallo scafo a fondo piatto nella mezzeria, vantaggioso per la navigazione anche interna, a fasciame portante a tavole sovrapposte (clinker), tipico delle imbarcazioni nordiche come i drakkar, le caratteristiche imbarcazioni dei vichinghi e come queste con le estremità alte, idonee ad affrontare le onde del mare.

A partire dal XII sec. le cocche, come erano chiamate nella lingua italiana, aumentarono di dimensioni e lo scafo venne parzialmente pontato anche con l’aggiunta di un castello a poppa (cocca incastellata) e talvolta anche a prua, sporgenti dallo scafo, una esigenza dovuta alla duplice funzione di trasporto e di difesa contro i pirati, una piaga costante su tutti i mari. Prua e poppa erano dritte, ma inclinate, il fasciame continuò ad essere a tavole sovrapposte e la propulsione, governata da un timone centrale, era garantita da una grande vela quadra armata su un unico albero centrale, sul quale poteva essere presente una coffa dove prendevano posto vedette ed arcieri. Fu l’imbarcazione (cocca anseatica) maggiormente in uso nei primi tempi della Lega Anseatica (1150-1450), l’alleanza di città del Nord Europa che nel Medioevo tenne il monopolio dei commerci in gran parte del mare del Nord e del mar Baltico. Raggiunsero lunghezze di 25 m con un dislocamento variabile tra le 40 e le 200 tonnellate, raramente 300.

I vantaggi del cog furono presto apprezzati dai Genovesi, tanto che agli inizi del ‘300 le loro galee a tre alberi con timoni laterali furono sostituite da una nuova unità navale, chiamata anch’essa cocca (inizialmente detta dai genovesi navis), che differiva dalle cocche del nord per una struttura scheletrata dello scafo, tipica dell’area mediterranea.

Con il XIV secolo, la cocca nordica aveva raggiunto i suoi limiti strutturali e fu lentamente sostituita da un altro tipo di galleggiante simile, l’hulk, che grazie ad una struttura dello scafo più robusta si sviluppò in dimensioni maggiori permettendo anche di essere dotato di due o tre alberi. Scarse sono le notizie su tale tipo di galleggiante, ma probabilmente rappresenta, insieme al nau o nao dei portoghesi e genovesi, l’anello di passaggio a un successivo veliero, la caracca.

Pochi sono i relitti di cocche (cogs) rinvenuti, tra cui la cosiddetta cocca di Brema o meglio Bremer Kogge del 1380 trovata nel 1962 a Brema nel corso dei lavori di dragaggio nel fiume Wesser ed oggi esposta al Museo Marittimo Tedesco di Bremerhaven.
Un relitto di hulk di 25-30 m del XV sec., conosciuto con il codice U34, si è invece trovato nella regione del Flatvarp in Svezia a sud di Stoccolma nel 1970.

Juan Manuel Ballestero attraversa l’Atlantico in solitario al tempo del coronavirus

Nel marzo del 2020 il surfista, marinaio e pescatore argentino Juan Manuel Ballestero, di 47 anni, residente in Spagna da molti anni, si trovava con la propria imbarcazione Skua, uno sloop di 29 piedi degli anni ’70, nella piccola isola portoghese di Porto Santo, al largo di Madeira.

In piena pandemia da coronavirus, sentendosi privilegiato a trovarsi in un luogo panoramico, risparmiato dal virus, provò un senso di nostalgia al pensiero di essere lontano dalla famiglia, specialmente da suo padre che presto avrebbe compiuto 90 anni. Purtroppo il Portogallo aveva chiuso i voli con l’estero così, anche con un po’ di incoscienza, prese la decisione di attraversare l’oceano a bordo di Skua.

Il 24 marzo, in pieno confinamento covid-19, salpa dall’isola di Porto Santo alla volta dell’Argentina.

Prima di partire le autorità portoghesi lo avvertirono che se avesse avuto dei problemi non avrebbe potuto rimettere piede a Porto Santo o altrove, a causa delle stringenti regole anti-Covid.

Juan Manuel non è un navigatore sprovveduto, ha trascorso gran parte della sua vita a vela, con tappe in Venezuela, Sri Lanka, Bali, Hawaii, Costa Rica, Brasile, Alaska e Spagna, ma stavolta è solo in un lungo viaggio di circa 5000 miglia.

Il 12 aprile raggiunge Capo Verde con l’intenzione di fare rifornimento di cibo e carburante ma riceve un secco rifiuto a sbarcare.

Il viaggio non sarà facile, dovrà affrontare bonacce senza carburante di riserva, giornate di cattivo tempo ed anche la paura di essere inseguito da una barca che credeva fosse dei pirati. In compenso ebbe come compagni di viaggio branchi di pesci, delfini e persino una skua, il grande uccello marino che dà il nome alla barca e che per Juan rappresentò un augurio e un invito a non cedere anche nei momenti di sconforto. Il rapporto con i pesci divenne tanto intenso che quando, stanco di cibo in scatola, decise di pescare, ricordandosi di essere anche pescatore, abbandonò subito l’idea di catturare quei pesci ormai divenuti compagni di viaggio.

A circa 150 miglia dalla costa nord del Brasile un’onda particolarmente grossa scuote a tal punto l’imbarcazione che lo costringe a rifugiarsi nel porto di Vitòria a nord di Rio de Janeiro dove sosta per 10 giorni durante i quali il fratello diede la notizia dell’impresa ad alcune testate argentine. Così il 17 giugno, dopo 85 giorni dalla partenza, entrando nel porto del Mar del Plata in Argentina, riceve una caloroso benvenuto.

Eseguito l’obbligatorio test del tampone, risultato negativo dopo 3 giorni, Juan Manuel mise definitivamente piede sul suolo argentino.

Entrare nel porto dove mio padre aveva la sua barca a vela, dove mi ha insegnato tante cose e dove ho imparato a navigare e dove tutto questo ha avuto origine, mi ha dato il sapore di una missione compiuta“.

(foto e video disponibili su Instagram @skuanavega)

Dipinto di marina

Nel mese di giugno del 2020, in un’asta di opere d’arte organizzata online dalla Sotheby’s, a causa del Covid-19, è stato venduto, per la ragguardevole cifra di 2.300.000 sterline (ad oggi la più alta vendita online), l’opera del pittore russo Ivan Konstantinovič Ajvazovskij  (1817-1900), “Veduta della baia di Napoli”. Lungo oltre 2 metri fu dipinto nel 1878, anni dopo i suoi viaggi nel meridione d’Italia, incantato dalla bellezza del Golfo di Napoli che ritrae a memoria nella luce calda del tramonto. Considerato uno dei massimi pittori di marina, Ajvazovskij produsse un numero elevato di dipinti (quasi 6 mila), principalmente di tema marino: mareggiate, battaglie navali, marine, naufragi, albe e tramonti sul mare.

Tra tutti il più celebre è “La nona onda, realizzato nel 1850 in cui un gruppo di naufraghi, su un’imbarcazione di fortuna, è in balia di un mare in tempesta. Il titolo si riferisce ad alcune credenze di mare secondo le quali le onde si ripeterebbero periodicamente a gruppi di nove, con un crescendo progressivo dalla prima alla più grossa e bianca, la nona appunto.

Lo scrittore Dostoevskij gli rimproverava l’insistenza di rappresentare le onde in tempesta, considerandolo una copia mal riuscita del pittore paesaggista inglese William Turner (1775-1851).

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