Zattera Carley

Invenzione americana dell’inizio ‘900, la zattera o galleggiante Carley, dal nome dell’inventore Horace Carley (1838-1918), fu impiegata come unità di salvataggio durante le due Guerre Mondiali. Costituita da tronchi cilindrici dritti e conici in rame del diametro tra i 30 e i 50 cm uniti tra loro a mezzo di graffatura e successiva saldatura, che formavano una camera d’aria anulare che garantiva una galleggiabilità per circa 2/3 di quella totale richiesta; il resto era assicurato da uno spesso rivestimento in sughero, circondante l’anello, fornito di una camicia in tela resa impermeabile tramite pittura. Ciascun tronco era dotato di diaframma sia per accrescerne la resistenza al momento della caduta in acqua dalla nave, alle sollecitazioni date dalle legature della rete costituente il paiolo che dei festoni per la presa del naufrago in acqua, sia per dividere in compartimenti stagni la parte anulare. Le dotazioni, costituite da pagaie, acqua, razioni e attrezzature di sopravvivenza, erano fissate alla rete del pavimento.

A differenza delle ordinarie scialuppe la zattera poteva essere calata in mare senza l’uso di una gru e a differenza delle zattere gonfiabili in gomma dell’epoca, era relativamente immune al danneggiamento delle camere galleggianti.
Di contro gli occupanti erano esposti alle intemperie tanto da far registrare numerosi episodi di marinai che si erano messi in salvo sulla zattera, ma non erano sopravvissuti alle condizioni metereologiche a cui erano stati sottoposti.

La cronaca comunque riporta un episodio di sopravvivenza estrema di un marinaio cinese che dopo l’affondamento del mercantile inglese SS Benlomond su cui era imbarcato, ad opera di un sommergibile tedesco a 750 miglia ad est del Rio delle Amazzoni riuscì, insieme ad un altro marinaio a mettersi in salvo su una Carley. Ciò accadeva il23 novembre 1942 alle 14,10. Il 5 aprile 1943 fu avvistato e tratto in salvo al largo delle coste del Brasile, dopo 133 giorni quando le sue forze erano al minimo, mentre il compagno non era riuscito a sopravvivere.

Barche latine provenzali – 1995

Raccolta di due opere francesi: Bateaux et embarcations à voliere latine di Jules Vence del 1897 e Les pècheries et des poissons de la Méditerranée di Paul Gourret del 1894, la prima sulle barche latine e la seconda sulla pesca provenzale. La traduzione dal francese è di Giovanni Santi Mazzini (1941-2014) che ne ha curato l’edizione, aggiungendo alcune barche omesse da Vence, prese da Souvenirs de Marine dell’amm. Paris e riducendo il testo di Gourret ed integrandolo con illustrazioni provenienti da Nouveau dictionnaire générale des pèches di H. de la Blanchère del 1868.

Qui si riporta un estratto del volume sul sesto di San Giuseppe impiegato nella costruzione navale tradizionale in legno.

Quadrante Davis – 1594

John Davis (c.a. 1550-1605) fu un navigatore inglese che nel 1585, nel trovare un passaggio occidentale per l’Asia (il noto passaggio a nord ovest), dopo 50 anni dal francese Jacques Cartier (1491-1557) che non si spinse a latitudini oltre lo stretto di Belle Isle, tra la penisola del Labrador a nord e l’isola di Terranova (Newfoundland) a sud, giunse con due piccole navi, il Sunshine di 50 ton e il Moonshine di 35, a circa 70° nord, scoprendo, a sud ovest della Groenlandia, lo stretto che porta il suo nome.

Davis è principalmente noto per aver concepito uno strumento di navigazione con cui era possibile, a differenza dell’astrolabio e della balestriglia, misurare l’altezza del Sole senza osservarlo, prevenendo così i conseguenti problemi visivi. Lo strumento, presentato nella sua opera The Seaman’s Secret del 1594, ebbe per molti anni le denominazioni più diverse: backstaff (per sottolineare la misura effettuata con le spalle al sole), crossstaff, quadrante inglese o quadrante nautico, creando confusione con altri strumenti di uguale denominazione e, finalmente 80 anni dopo la morte del suo autore, quadrante di Davis (Davis quadrant).

Nella versione più evoluta era costituito da due settori circolari graduati di diverso raggio con centro all’estremità anteriore dell’asta, dove trovava posto un traguardo dell’orizzonte; quello di raggio maggiore, il settore di osservazione (sight arc), misurava in genere 30°, mentre quello di raggio minore, il settore dell’ombra (shadow arc), misurava 60° (per un totale di 90° da cui la caratteristica di quadrante).
L’osservatore, con le spalle al Sole, tenendo verticale lo strumento, regolando i mirini scorrevoli sui due archi faceva in modo che il sottile raggio di Sole, proveniente dal mirino del settore d’ombra, coincidesse con la linea dell’orizzonte vista dagli altri mirini. Sommando i valori letti in corrispondenza dei mirini dei due settori ricavava direttamente la distanza zenitale (il complemento dell’altezza dell’astro) che per il sole al meridiano (in culminazione) corrisponde alla latitudine del luogo, dopo averla corretta della declinazione alla data di osservazione. Realizzato in legno con incastri che davano robustezza e stabilità, fu integrato, agli inizi del ‘700, con un sistema ottico capace di concentrare i raggi luminosi per una migliore precisione di misura e per facilitare le osservazioni anche in giornate di sole velato.
In effetti tale strumento, che si affiancava agli altri strumenti a visione diretta, subì miglioramenti tecnologici fino agli inizi del ‘700, un progresso tanto importante da rimanere in uso anche dopo l’invenzione del primo strumento a riflessione, l’ottante (entrato in uso intorno al 1750).
Il capitano Davis morì ucciso dai pirati giapponesi a Bintang, presso Singapore.

Incastri e giunzioni di elementi in legno

Incastri e giunzioni di elementi in legno

Nella carpenteria tradizionale in legno gli incastri, le reciproche unioni di elementi capaci di garantirne la tenuta anche sotto sollecitazioni, erano raffinati lavori artigianali che nella moderna falegnameria vengono realizzati con macchine utensili (tipicamente frese) più o meno complesse, spesso abbinati ad adesivi dalle eccezionali caratteristiche meccaniche, ma non di origine naturale. Tali sostanze trovano largo impiego nelle generiche operazioni di giunzione in legno riducendo notevolmente i tempi di produzione e permettendo l’uso di legni e materiali compositi un tempo impensabili nella costruzione navale. Analogamente alle modalità di produzione anche la terminologia è mutata mantenendo alcuni termini, eliminandone altri, introducendone nuovi e modificandone altri ancora nel significato e nel significante.

Raffrontanto un testo attuale di costruzione navale in legno con l’estratto qui riportato di un manuale di costruzione navale degli anni ’50 del secolo scorso, possiamo notare che la palella è un termine ancora in uso mentre, derivato dalla falegnameria ordinaria, l’incastro semplice è sostituito dall’espressione tenone e mortasa. Nei manuali odierni si scopre che l’unione di due tavole di testa con coprigiunto, semplice o doppio è indicata come unione con lapazza (o lampazza), un termine che si riferiva a una modalità di rinforzo di alberi e pennoni, così come riferisce Pantero Pantera : Rompendosi l’arbore in tronco, cioè totalmente (che rare volte avviene) essendo solito a corniciarsi a spezzare alla legatura, chiamata la trinca, subito che si sentirà che consenta, cioè che minacci la rottura, si faccia raffermare con buone e salde inghindature e due forti lampazze.

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