Nella primavera del 1602 Maurizio d’Orange (1567 – 1625), conte di Nassau (in Germania), che sarà principe d’Orange dal 1618 , condusse un carro con altri ventisei illustri ospiti per circa 2 ore sulla spiaggia che da Scheveningen (Aia) si sviluppa verso nord. Il carro a vela era stato progettato dallo scienziato fiammingo, scopritore tra l’altro della regola del parallelogramma delle forze, Simon Stevin (1548 – 1620). L’avvenimento risultò tanto straordinario da essere riportato negli annali. Per la prima volta in Europa un carro a ruote era mosso dalla forza del vento. Prove documentali testimoniano l’esistenza di simili veicoli in Cina già molti secoli prima. Oggi il carro a vela (in ingl. sail wagons o land sailing) è uno sport praticato sulle spiagge dell’Europa occidentale e della Nuova Zelanda e sulle pianure desertiche del Nord e Sud America e in Australia.
Mese: Gennaio 2022
lenti di Fresnel
Augustin-Jean Fresnel (1788 – 1827), dopo essersi laureato all’Ecole Polytecnique di Parigi in ingegneria, venne assunto dal Corps des Ponts nella progettazione di ponti e strade, dedicandosi contemporaneamente agli studi teorici e sperimentali sulla luce.
Dal 1714 l’Accademia delle scienze francese ogni anno offriva un premio alla migliore opera su un tema di natura applicativa scelta da un comitato. Il premio del 1818 venne assegnato a Fresnel su un saggio riguardante la teoria ondulatoria della luce.
Tale risultato diede l’occasione allo scienziato e politico francese François Arago (1786 – 1853) di proporre l’inserimento temporaneo di Fresnel nella Commission des Phares et Balises, istituita nel 1811 da Napoleone sotto la direzione del Corps des Ponts, di cui lo stesso Arago era membro dal 1813. Quando Fresnel entrò nel giugno 1819 il compito della Commissione era quello di esaminare eventuali miglioramenti nell’illuminazione dei fari.
Due mesi dopo fece la sua prima presentazione alla commissione con una memoria sulle lenti a gradini (lentilles à échelons) con cui si potevano sostituire i riflettori allora in uso. Un membro della commissione fece notare che l’idea non era nuova in quanto Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon (1707-1788), naturalista e matematico francese, nel 1748 aveva già proposto di molare una lente di vetro in gradini concentrici allo scopo di ridurne al minimo lo spessore.
Venne fatto però notare da altri che la versione di Buffon riguardava le lenti biconvesse mentre la versione di Fresnel si riferiva a una lente piano-convessa. Comunque la Commissione incaricò Fresnel di podurre un prototipo che venne realizzato nel marzo del 1820 dal costruttore francese di strumenti ottici François Soleil. Il prototipo era costituito da un pannello quadrato formato di ben 97 prismi lineari (non ad anello). La Commissione fu talmente ben impressionata che richiese un successivo prototipo costituito stavolta da otto pannelli quadrati di 76 cm di lato. Nell’aprile del 1821, durante uno spettacolo pubblico il prototipo fu confrontato con un riflettore dimostrando la sua superiorità.
Il passo successivo fu quello di progettare e far costruire dalla Saint-Gobain un sistema costituito da 8 pannelli ognuno corredato da un occhio di bue ed archi prismatici, con aggiunta superiormente e inferiormente di specchi allo scopo di raccogliere più luce della sorgente.
Il test ufficiale venne eseguito all’Arco di Trionfo il 20 agosto 1822. La luce fu osservata dalla commissione e da Luigi XVIII a 32 km di distanza. Al termine della dimostrazione l’apparecchio fu messo in deposito a Bordeaux per l’inverno, per poi essere montato in estate al faro di Cordouan sotto la supervisione di Fresnel. Il 25 luglio 1823 fu accesa la prima lente di Fresnel al mondo.
Nel corso degli anni successivi Fresnel perfezionò il sistema sostituendo gli specchi, responsabili di buona parte della perdita di luce, con prismi catadiottrici (capaci non solo di rifrangere ma anche riflettere la luce) nel 1825. Nel 1826 realizzò un ulteriore modello che non ebbe occasione di vedere applicato per la sopraggiunta morte da tubercolosi. Oggi Fresnel è ricordato per la sua lente, ma egli svolse prima di tutto un numero impressionante di studi di ottica che furono stimolo per i successivi scienziati.
Negli anni seguenti le lenti di Fresnel si diffusero nel mondo: Olanda 1833; Inghilterra 1835; Italia, Belgio e Norvegia 1837; Svezia 1840; Stati Uniti 1841; Danimarca 1842; Prussia 1845; Australia 1845; Grecia e Russia 1856.
Faro di Elbow Reef
Oggi, nell’era dell’elettronica digitale e dei sistemi di navigazione satellitare, i fari, o almeno la maggior parte di essi, hanno perso la loro importanza originaria. Così vi sono fari dismessi, non più necessari, abbandonati o convertiti ad altro uso ma anche fari che continuano la loro funzione di assistenza alla navigazione segnalando luoghi pericolosi o di una certa rilevanza. Tra i fari ancora funzionanti ve ne sono alcuni che ancora posseggono parti delle originarie strutture di illuminazione, dalle lenti agli orologi per la sincronizzazione dei movimenti.
C’è un faro, quello di Elbow Reef che ancora oggi è dotato, unico al mondo, di una sorgente luminosa a cherosene con movimento della lente a carica manuale. Si sa che i fari sono un patrimonio culturale, storico e sociale non solo per i marittimi ma anche per le comunità locali che per generazioni hanno condiviso la propria vita con quella del faro.
In tale spirito un’associazione, la ERLS (Elbow Reef Lighthouse Society) si è presa la responsabilità di mantenere le apparecchiature del passato storico del faro funzionanti e non automatizzate. Infatti il sistema di rotazione capace della sequenza di 5 lampi ogni 15 secondi (Fl(5) W 15s) è costituito da un orologio a contrappeso che va caricato a mano periodicamente.
Equipaggiato e gestito ininterrottamente dal 1863, il faro di Elbow Reef (letteralmente scogliera del gomito) si trova su una delle isole Abaco nelle Bahamas, a 26°32′23″N 076°57′44″W, ed ha una portata di 23 miglia. La lucerna a cherosene, dotata di stoppino con mantello ignifugo, è posta nel fuoco di una grande lente del 1° ordine sospesa da un sistema galleggiante a mercurio che ne permette la rotazione. Nel 2019 il faro ha resistito ad un intenso ciclone, ma il suo futuro è legato alle donazioni richieste dall’associazione attraverso il proprio sito
Piano di Costruzione
Altri elementi geometrici caratterizzavano gli scafi delle unità maggiori del periodo compreso tra il tardo XVI e il XVIII secolo:
rientrata delle murate (tumblehome), con cui si descrive quel particolare restringimento della fiancata superiore degli scafi delle navi di tale periodo, opposto alla svasatura delle murate (flare) più frequente sulle navi delle epoche successive. Il suo valore è la differenza della semilarghezza massima alla murata con quella in corrispondenza del ponte superiore. Tra i vantaggi conseguenti al restringimento delle murate quello di fornire una distribuzione dei pesi minore nella parte alta dello scafo; di avere il ponte di coperta più distante dalla nave nemica in arrembaggio; presentare a nave sbandata un bordo libero maggiore sul lato di sottovento; sempre a nave sbandata, sul lato di sopravento una superficie la cui forma in qualche modo dava la possibilità di deviare il tiro nemico.
linea di levata dei madieri, tracciata nel piano longitudinale, caratterizza l’innalzamento verso prua e verso poppa di quella parte del fondo individuato dal madiere (floor timber), l’elemento centrale e più basso delle coste collegato alla chiglia, e la corrispondente curva delle larghezze dei madieri nel piano orizzontale. Le due linee venivano tracciate secondo metodi geometrici partendo da specifiche dimensioni dello scafo secondo regole appartenenti ai cantieri o, per le navi militari, da apposite ordinanze definite da ciascuna nazione. Si veniva così a tracciare il profilo del fondo con il progressivo sollevamento e restringimento (rising and narrowing of ship’s bottom) dalla zona centrale alle estremità
curva delle massime larghezze dello scafo, riportata nel piano longitudinale, anch’essa ricavata con opportuni metodi e regole.
Intensità luminosa – candele e fari
Per valutare l’intensità luminosa di una sorgente di luce (si tratta di un’energia emessa ogni secondo in una data direzione e secondo un cono di ben preciso angolo di apertura), si ricorre al confronto con una sorgente di riferimento (campione): in Francia si impiegava il becco Carcel (1800), la sorgente di una lampada ad olio azionata da un motore a orologeria inventata dall’orologiaio Bertrand Guillaume Carcel all’inizio del XIX secolo allo scopo di mantenere costante l’alimentazione dello stoppino (era una lampada costosa che solo pochi si potevano permettere); in Inghilerra era in uso la candela inglese; in Germania la candela Hefner (1884). Anche le unità di misura erano diverse: bougie fr; candle ing.; Kerze ted., tutte nel significato della nostra candela (dal lat. candēla, da candēre – splendere). Per la determinazione pratica ci si avvaleva di strumenti detti fotometri tra cui quello di Bunsen del 1840, uno dei primi, ideato dal chimico tedesco Robert Bunsen (1811-1899). Il principio di funzionamento si basava sulla impossibilità dell’occhio umano di stabilire, tra due sorgenti luminose, quella con la maggiore intensità di luce, mentre è capace di riconoscere la differenza delle loro proiezioni luminose su due superfici simili e dello stesso colore.
Per cercare di uniformare le misure dei vari Stati, alla Conferenza Internazionale di Parigi del 1883 venne adottato il Campione Voille (proposto nel 1881 e che sarà impiegato per circa un secolo fino al 1984), ben definito e non legato alla composizione della fiamma, dipendendo esclusivamente dalla luce emessa dal platino fuso in precise condizioni. Tuttavia, non essendo tale campione di facile realizzazione, si impiegava abitualmente il campione Vernon-Harcourt, detto anche candela decimale in quanto pari a un decimo del campione Carcel e alla ventesima parte del Campione Voille.
Nel 1909 la Commissione Internazionale di Fotometria (CIP), dopo aver definito il campione luminoso di una lampada elettrica a incandescenza, costruita e fatta funzionare secondo norme precise, decise che tutte le misure esistenti si sarebbero uniformate,ma il cambiamento sperato non avvenne. Nel 1921, la Commissione Internazionale dell’Illuminazione (CIE) decise di chiamare questa nuova unità candela internazionale. Non tutti i paesi aderirono così nel 1948 la Nona Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (CGPM) definì la candela o nuova candela, l’unità di misura dell’intensità luminosa nel sistema internazionale delle unità di misura (SI) . Al decimo CGPM del 1954 venne introdotta la candela quale sesta unità fondamentale, dopo il metro, il kilogrammo, il secondo, l’ampere per l’intensità di corrente elettrica e il kelvin per la temperatura.
Nel 1967, il tredicesimo CGPM abrogò il termine nuova candela per consentire solo la parola candela (simbolo cd).
Per i fari marittimi hanno importanza le portate, ovvero le distanze alle quali i fari possono essere avvistati:
Portata luminosa (luminous range), la massima distanza alla quale la luce del segnalamento è visibile e che dipende dalla intensità luminosa (cd) della sorgente, dalle condizioni di visibilità dell’atmosfera e, naturalmente, dalla soglia di visibilità dell’osservatore. Non si tiene conto dell’altezza della sorgente in quanto essa può subire cambiamenti proprio legati alla sua posizione rispetto all’orizzonte: un faro basso sull’orizzonte potrebbe avere una portata luminosa maggiore in presenza di particelle di vapore acqueo a quote basse che disperdono il fascio luminoso rendendone visibile la struttura a maggiore distanza, oltre l’orizzonte. Un fenomeno noto in ingl. come loom of the light (loom è telaio) e nel nostro linguaggio marinaro come scopa.
Secondo le raccomandazioni IALA, la portata luminosa è determinabile con la formula di Allard (Allard’s law) proposta nella prima metà del ‘900 dall’omonimo ingegnere francese M. Allard. Si tratta di una formula che lega l’illuminamento prodotto su una superficie normale ad una data distanza da una sorgente puntiforme di luce, l’intensità luminosa e il grado di trasparenza dell’atmosfera
Portata nominale (nominal range), secondo standard internazionale è la massima distanza dalla quale può essere avvistata una luce, quando la visibilità meteorologica (o trasparenza atmosferica) è di 10 miglia nautiche (corrispondente ad una trasmissione del 74%) e con un illuminamento minimo percepito da un osservatore di 2 x 10-7 lux di notte e 1 x 10-3 di giorno. Apposite tabelle permettono di correggere il valore di portata in relazione alla visibilità del momento
Portata geografica (geographic range): è la massima distanza alla quale può essere avvistata una luce, limitata solo dalla curvatura della terra e dalla rifrazione nell’atmosfera e dalle altezze dell’osservatore e della luce.
Un’idea della visibilità notturna dei fari del ‘700 si può ricavare dal diario compilato dall’ingegnere britannico John Smeaton (1724 – 1792) durante la costruzione dell’omonimo faro (Smeaton’s Tower) nel 1759, in cui si legge che quando di notte si trovava a bordo del Neptune Buss, la nave con cui percorreva la distanza di 11 miglia da Plymouth a Eddystone (l’originaria posizione della Torre fino al 1870 e dove fu poi realizzato nel 1882 il faro di Eddystone, ancora oggi attivo), dalla costa di Plymouth poteva vedere la luce del suo faro con una intensità luminosa paragonabile a una stella di magnitudine 3 o 4 (le stelle più deboli visibili nei centri urbani). A ciò dobbiamo aggiungere che all’epoca le luci erano fisse perciò meno distinguibili.
Note di fotometria
Diverse sono le grandezze fisiche utilizzate in fotometria, quella parte della fisica che si occupa di misurare le caratteristiche di un fascio luminoso e dei suoi effetti sull’occhio umano.
flusso luminoso, (luminous flux) l’energia luminosa E emessa tutt’intorno da una sorgente luminosa primaria o secondaria (che riflette la luce proveniente da una sorgente primaria) nell’unità di tempo, la cui grandezza fisica è il lumen (simbolo lm). Come un flusso idrico in una condotta, anche il flusso luminoso è sempre lo stesso, ad 1 cm, ad 1m ad 1 km, come è sempre la stessa la portata d’acqua in una tubazione a qualunque distanza dalla pompa, a meno di perdite.
Una lampada a incandescenza quando è accesa assorbe una potenza elettrica espressa in watt che in piccola parte si trasforma in flusso luminoso, cioè in potenza visibile, mentre buona parte si converte in potenza nell’infrarosso che è invece una potenza non visibile, termica. Il rapporto lumen/watt rappresenta quindi l’efficienza della lampada, il suo rendimento luminoso, cioè quanto della potenza assorbita elettrica si trasforma in potenza luminosa. Raffronti: lampada a incandescenza tra 10 e 14lm/W; lampade ad alogeni tra 20 e 25 lm/W; lampade a LED tra 200 e 210lm/W. I valori sono orientativi dipendendo dalla potenza e dalla tecnologia costruttiva.
illuminamento,
(illuminance)
quantitativo di flusso
luminoso per ogni metro quadrato di superficie esposta, indicativo
dell’effetto, percepito dalla nostra vista, prodotto
da una
sorgente di luce sulla superficie degli oggetti che ci circondano. La
grandezza fisica corrispondente è il lux
(simbolo lx)
lux = lumen/m2.
Così
un ufficio luminoso ha un illuminamento di 400 lx; la luna piena
produce un illuminamento di 0,5 lx; per
le vie di uscita è norma un illuminamento minimo di 5 lx.
L’illuminamento è
funzione inversa del quadrato della distanza, quindi
una stessa fonte luminosa produce lux diversi su superfici a diverse
distanze ed anche a distanze uguali da come il flusso si distribuisce
nello spazio.
intensità
luminosa, (luminous intensity) la quantità di
energia emessa da una sorgente luminosa (flusso luminoso) nell’unità
di tempo e in una data direzione e in un ben definito angolo solido
Ω, misurato
in steradianti (simbolo sr).
La grandezza utilizzata è la
candela
(simbolo cd)
che in origine corrispondeva
all’intensità luminosa proprio
di una candela:
cd = lm/sr.
In generale una
sorgente luminosa non irradia lo stesso flusso luminoso in tutte le
direzioni: una lampadina
a incandescenza o una
fluorescente sono sorgenti
che diffondono la luce in
maniera più uniforme
tutt’intorno (a meno di zone d’ombra dovute
a schermi o altro). Per
esse si impiega il lumen,
ad esempio nel
confrontare
due lampadine
diverse. Per un
corpo illuminante, dalla lampada da scrivania a una
piantana, da una lampada a incasso a un faro, le
valutazioni luminose vengono fatte attraverso
le
curve
fotometriche, rappresentative
della distribuzione spaziale
della luce emessa, che
riportano le
intensità luminose (espresse
in candele) per ciascun
angolo direttivo.
Luminanza, (luminance) o radianza luminosa di una sorgente, corrisponde alla sensazione di luminosità che si riceve da una sorgente luminosa primaria o, per riflessione, da una sorgente secondaria. L’unità di misura è la candela/metro quadro (cd/m²)
Note:
–
L’angolo solido
rappresenta la porzione di spazio tridimensionale tra il vertice di
un solido (un cono o più in generale una piramide), in
cui è posta la sorgente luminosa puntiforme,
ed una superficie A distante
r dal vertice. Si misura in steradianti (sr) e vale
Ω =
A/r2
Una sfera completa ha
un valore di angolo solido = 4πr2/r2
= 4π =
12,5664 sr
(dove
4πr2 è
la superficie di una sfera)
1 sr è un cono di area = r2
.. Più
in generale un cono con un
angolo al vertice α ha un
valore di steradianti di
2π[1-cos
(α /2)]. Lo steradiante è
analogo al
radiante che quantifica gli angoli planari.
– la candela è definita (dal 1979) come l’intensità luminosa in una data direzione di una sorgente che emette radiazione monocromatica alla frequenza di 540×1012 Hz (lunghezza d’onda 555 nanometri) con intensità radiante in quella direzione di valore pari a 1/683 watt in un angolo solido di 1 steradiante, ovvero 0,001464 W/sr.
Tale definizione fa riferimento ad una precisa frequenza in quanto l’occhio umano ha una diversa risposta alla luce: la luce verde/gialla (intorno ai 550 nanometri) stimola maggiormente l’occhio rispetto alla luce blu o rossa di pari potenza.
la potenza radiante in watt (si tratta di energia al secondo, quindi flusso luminoso) è indicativa del rendimento di una lampadina a incandescenza (standard) che assorbe 1 w elettrico per fornire una modesta potenza luminosa di 1/683 watt. Il rimanente è calore. Un tempo, fino ai primi anni ’70 del ‘900, era uso nel parlato comune utilizzare la candela come equivalente del watt per le lampadine ad incandescenza. Capitava di sentir dire: il lampadario ha lampadine da 12 candele, equivalente (improprio) di lampadine da 12 watt.
Faro di Créac’h
Il faro di Créac’h (pron. creach – parola che in bretone significa promontorio), situato sull’isola di Ouessant (dall’antico celtico Ouxisama, “la più alta”) appartenente a quella regione più occidentale della Bretagna nota come Finistère (dal latino Finis terrae, cioè fine della terra), bagnata a nord dal Canale della Manica e a sud ed a ovest dall’Oceano Atlantico, è di ausilio alle navi in quel pericoloso e trafficato tratto di Atlantico che si immette nel Canale della Manica. Per tale motivo la sua luce ha una elevata portata luminosa, la maggiore d’Europa, di ben 32 miglia (per averne un’idea basta osservare la cartina: tra le longitudini 4° e 4° 30′ intercorrono, a 48° di lat., 23 miglia).
Ha un’altezza di 54,80 metri dal suolo e 74,60 metri sopra il livello del mare. Posizione geografica: 48º 27 ’35 “N – 005º 09′ 10” W Caratteristica della luce: Fl (2) W 10s
Le prinipali tappe sono state: 1859 inizio costruzione; 1863 entrata in funzione; 1888 elettrificazione; 1901 venne dotato di luce lampeggiante; 1971 equipaggiato con lampade allo xeno; 1987 fornito alla sommità di un sistema di schermi per tenere lontani gli uccelli migratori; 1988 costituzione del Musée des Phares et des Balises (Museo dei Fari e dei Fanali) .
Altre caratteristiche di rilievo sono la disposizione delle sue quattro lenti su due livelli e il controllo da remoto di ben 6 fari: Nividic, La Jument, Kéreon, Stiff, Pierres Noires e e Île Vierge, il faro in pietra più alto d’Europa.
Segnalamento marittimo – generalità
Il segnalamento marittimo è
un insieme di strutture, dispositivi fissi e galleggianti, di simboli
cartografici e relative norme, necessario a condurre una
navigazione o un pilotaggio in sicurezza.
Nella lingua inglese è
seamarks dove mark è segno, simbolo.
Gli elementi fisici di segnalamento, noti con l’acronimo AtoN ( Aids to Navigation) possono appartenere a uno o più dei seguenti gruppi:
segnali ottici:
faro (ing. lighthouse – fr.phare), il più antico ausilio alla navigazione costiera, è caratterizzato da una luce visibile ad almeno 15 miglia nautiche (reso possibile per l’altezza e la potenza della sorgente luminosa). Aiuto nell’atterraggio notturno ed è, per la posizione e manufatto, punto cospicuo nella navigazione diurna. Con i progressi tecnologici molti fari hanno perso l’importanza che avevano fino alla fine del ‘900, ma rimangono utili ausili alla navigazione. Colori della luce: bianco, rosso o verde.
fanali, (ing. light -fr. feu) rappresentano una famiglia di dispositivi luminosi la cui luce è visibile a distanze inferiori alle 10 miglia (in realtà vi sono casi di fanali con portate anche uguali o superiori, ma la cui struttura o funzione non le identifica come fari), costituita da elementi fissi o galleggianti il cui scopo è segnalare le testate dei moli (il tipico fanale riportato nelle carte), l’imboccatura dei porti e dei canali, i pericoli e i limiti di navigazione, ecc. A tale definizione generica si affianca quella specifica per cui un fanale è un dispositivo luminoso usato per indicare le opere portuali, eretti sulle testate dei moli, rossi e verdi ovvero i dispositivi luminosi delle navi (fanali di navigazione).
I dispositivi appartenenti alla famiglia dei fanali sono:
boe, galleggianti tondeggianti ancorati al fondo (il termine deriverebbe dall’antico fr. boie, catena, l’elemento che ne consente l’ancoraggio). Essa compare per la prima volta in un documento scritto alla fine del ‘200 (Lo Compasso de Navigare -1296 di autore ignoto, il primo portolano ad oggi conosciuto), come ausilio alle navi che in fase di atterraggio a Siviglia, in Spagna, dovevano entrare nel fiume Guadalquivir. Già con il nuovo secolo gli Olandesi impiegavano boe colorate, costituite da barili vuoti e sigillati ancorati sul fondo, per facilitare il transito delle imbarcazioni lungo le acque interne. Le boe di minore dimensione, spesso a carattere provvisorio, stagionale, prendono il nome di gavitelli. I primi fanali luminosi compaiono agli inizi degli anni ’80 del XIX secolo per moli e segnalazione su acque interne.
mede, costruzioni di forma allungata, in genere di metallo, fissate su bassofondo, posizionate in corrispondenza di punti pericolosi alla navigazione, quali scogli affioranti o secche. A coppia sulla costa, la meda trova impiego come allineamento per passare in sicurezza tra pericoli o come base misurata. Un particolare tipo è la meda elastica, comparsa negli anni 70 del secolo scorso, capace di oscillare elasticamente se colpita da una unità galleggiante
dromi, segnali naturali (cime, monti) o piccole costruzioni in muratura di segnalamento diurno di colore bianco di varia forma ovvero pali piantati in acque ristrette, come le briccole della laguna veneta. Esistono anche dromi forniti di luce
battello fanale, noto anche come nave faro (lightvessel o lightship) è una nave con funzione di faro, la prima delle quali fu l’inglese Nore ormeggiata nel 1731 alla foce del Tamigi. Attualmente sono pochissime le unità ancora in attività nel mondo sostituite da grandi boe, tecnologicamente avanzate e meno costose nella loro gestione e manutenzione.
Nella terminologia anglosassone si impiegano solo due termini distintivi: buoy per i dispositivi galleggianti e beacon per le mede e i dromi, quest’ultimi indicati come day beacon a sottolineare l’uso diurno.
segnali acustici, accompagnano o sostituiscono i segnali ottici nelle aree soggette a fenomeni naturali a visibilità ridotta. Storicamente nati prima di quelli luminosi per segnalare la loro presenza di notte (per altre informazioni ved. modulo didattico sui segnali acustici )
segnali radioelettrici, classe del segnalamento comprendente:
radiofari marittimi, il primo fu installato sul faro Le Stiff (isola di Ouessant nel Finistère) nel 1911 creato dal fisico e ingegnere francese André Blondel (1863-1938). Subito dopo fu installato un altro faro sull’isola de Sein di aiuto alle navi dirette a Brest. In ingl. e più in generale nei documenti e comunicazioni internazionali, sono noti come radiobeacon. I radiofari, la cui idea originaria si fa risalire a Marconi negli anni ’20 del secolo scorso, emettono su una determinata frequenza un segnale identificativo radio omnidirezionale (detti pertanto NDB – Not Directional Beacon) in codice Morse la cui direzione può essere rilevata tramite un apparato radiogoniometrico (una tecnologia ormai superata). Attualmente sono pochissimi i radiofari marittimi in funzione (alcuni sono stati convertiti in trasmettitori di telemetria per GPS differenziale) – completamente assenti in Italia – un maggior numero esistente è quello dei radiofari aeronautici
segnali radar, (radar beacon) includono:
Ramark (RAdar MARKer), dispositivo in grado di trasmettere un segnale in codice Morse in maniera continuata o intermittente (in quest’ultimo caso è meno invasivo sul PPI) fornendo il solo rilevamento. Si tratta del primo segnale radar comparso agli inizi degli anni ’50 del XX sec. in USA e UK poi superato dai risponditori radar attivi.
risponditori radar, noti come Racon (RAdar-beaCON), sono dispositivi operanti in banda X (9300-9500 MHz) o in banda S (2900-3100 MHz) o entrambe, in grado di emettere un segnale caratteristico quando viene investito dal fascio radar di una nave. Il segnale, essendo in genere della stessa frequenza del radar di attivazione, si sovrappone al display radar della nave (PPI – Plain Position Indicator) fornendo così rilevamento, portata e identificativo della sorgente.
Oltre a tale risponditore attivo esistono altri di tipo passivo, forniti di elementi metallici costituiti da tre superfici piane tra loro perpendicolari che fungono da riflettore (corner reflector) del segnale radar emesso dall’unità navale (boe radarabili)