Cartografia Tolemaica – Seconda proiezione

In tale secondo metodo cartografico la sfera terrestre, rispetto alla prima proiezione, viene ruotata intorno all’asse est-ovest, spostando lo sguardo dal parallelo di Rodi (36° di latitudine nord) a quello del tropico del Cancro (a 23°30′ nord ) con la città di Siene, l’odierna Assuan, che si viene così a trovare al centro dell’ecumene. In questo modo il circolo dell’equatore è visto iniziare in corrispondenza dell’orizzontale condotta nel punto di incrocio tra il meridiano centrale e il parallelo di Siene.

L’intera costruzione dell’ecumene giace in un rettangolo largo 180 unità (metà sfera) ed alto 90, venendosi a trovare tra il parallelo passante per anti-Meroë e quello per Thule. Con semplice costruzione grafica si ricava il centro da cui poter tracciare gli archi di cerchio dell’equatore e dei paralleli passanti per Thule, Siene e anti-Meroë.

Tolomeo poi procede nell’esposizione (nell’opera Geographia non vi sono parti grafiche, ma solo descrizione dei metodi di costruzione) suddividendo l’arco equatoriale in 18 parti uguali di 5° ognuna, per ciascuna metà, a destra e a sinistra, rispetto al meridiano centrale (5×18 = 90°).

Vengono poi suddivisi anche gli altri paralleli nello stesso numero di parti ma di valore legato alla latitudine corrispondente (5xcos(ϕ)).

Per il resto della disegnazione, che comprende la costruzione dei meridiani tracciati anch’essi come archi di cerchio, a differenza della prima proiezione, si rimanda a un video del Museo Galileo di Firenze che permette di comprendere agevolmente il procedimento grafico complessivo.


Cartografia Tolemaica – Geographia e prima proiezione

Mentre la Sintassi matematica, l’opera più importante di Tolomeo, meglio nota come Almagesto, titolo assegnato dagli arabi (combinazione dell’articolo arabo al e della parola greca megisti, massimo), era già disponibile nel XII sec., tradotta dall’arabo in latino, la Geographia, l’altro importante trattato tolemaico, apparve in Europa solo alla fine del XIV secolo. Artefice fu l’umanista bizantino Emanuele Crisolora (1350-1415) che nel 1397, trasferendosi da Costantinopoli a Firenze per insegnare il greco, portò con sé alcuni codici greci tra cui la Geographia. La traduzione fu iniziata dallo stesso Crisolora che la portò avanti per due anni per poi essere conclusa dal suo allievo Iacopo Angeli da Scarperia (1360-1410) tra il 1406 e il 1409. L’interesse degli studiosi per l’opera fu immediata ed entusiasta sia per la ricchezza della toponomastica antica sia per le istruzioni rivolte a rappresentare sul piano la sfericità di quella parte della Terra allora conosciuta, l’ecumene.

La Geographia, ad oggi il più antico trattato teorico di cartografia completamente conservato, fu scritto da Claudio Tolomeo (90-170 dC) intorno al 150 dC. In tale opera è presente un lungo elenco di luoghi (più di 6000) con le relative coordinate di latitudine e longitudine e le istruzioni per la costruzione di tre proiezioni cartografiche con le quali poter riportare graficamente i dati dell’elenco allegato al trattato che non includeva alcuna mappa, come a dire: vi fornisco un metodo e i luoghi e voi realizzate le mappe.

I primi cartografi che tradussero graficamente quanto riportato nell’opera furono il fiorentino Piero del Massaio e i tedeschi dal nome italianizzato Don Niccolò Germano e Arrigo Martello, attivi a Firenze nella seconda metà del XV secolo. Martello fu quello che maggiormente si occupò del testo tolemaico dalla realizzazione dell’ecumene nelle due prime proiezioni, alle 27 tavole regionali che concludevano l’opera nonchè all’integrazione ed aggiornamento con nuove mappe regionali.

Prima proiezione
Si tratta di una proiezione conica (o almeno apparentemente conica) costruita geometricamente secondo valori indicati da Tolomeo ma senza darne una spiegazione. Essa si sviluppa a partire dal vertice H del cono, non corrispondente al polo nord, che è centro di costruzione di un cerchio di raggio pari a 79 unità (le unità rappresentano gradi), corrispondente al parallelo di Rodi (36° N). Tale cerchio viene suddiviso, a destra e a sinistra rispetto alla verticale HZ, in un certo numero di unità tali da avere uno sviluppo complessivo di 180° di longitudine (l’estensione prevista da Tolomeo dell’ecumene).

Sempre con centro in H si traccia un nuovo cerchio distante dal primo 36 unità, rappresentativo dell’equatore. Il prolungamento dei segmenti HG e HL con l’equatore definiscono i limiti occidentale ed orientale dell’ecumene.

Si traccia poi il parallelo di Thule (63° N) distante 63-36 = 27 unità dal parallelo di Rodi. Le suddivisione sull’arco GKL unite con il vertice e prolungate fino all’equatore forniscono la rappresentazione dei meridiani.

La parte sottostante l’equatore, che si estende di circa 16 unità delimitata dal parallelo di latitudine 16°25′ S, non segue l’andamento della proiezione dell’emisfero nord, ma viene costruita riportando i valori di longitudine letti sul simmetrico parallelo nord (per una maggiore leggibilità i disegni riportano la griglia dei meridiani con passo di 10°; nell’originale il passo è di 5°). Tolomeo chiama tale parallelo, limite meridionale dell’ecumene, parallelo “anti-Meroe”, detto così da Tolomeo perché simmetrico a quello passante per la città di Meroe, situata sulla sponda orientale del Nilo, tra l’Egitto meridionale e il nord del Sudan, anticamente capitale del regno Kush, prossimo a quello egiziano con cui nel corso dei secoli ebbero scambi commerciali, cullturali ma anche contrasti sfociati in guerre.

Eratostene e la misura della Terra

Nel IV sec. a.C., una volta accettata l’idea di una Terra sferica, un’ipotesi risalente a quasi due secoli prima di Parmenide e Pitagora, si pose il problema di conoscerne le dimensioni. Diversi astronomi si cimentarono nel valutare quanto fosse grande, ma sicuramente la più nota determinazione fu quella di Eratostene di Cirene (III sec. a.C.), direttore della biblioteca di Alessandria in Egitto, che applicò un ingegnoso metodo matematico geometrico la cui descrizione (quella originaria è andata perduta) è riportata in forma semplificata in due pagine del Caelestia, il trattato di astronomia di Cleomede, un astronomo greco vissuto circa due secoli dopo.
Eratostene sapeva che nel giorno del solstizio d’estate, mentre il Sole di mezzodì era allo zenit di Siene, tanto da illuminare come descrive Cleomede il fondo dei pozzi, ad Alessandria, stessa ora e giorno, i raggi solari formavano con la verticale un angolo che Eratostene aveva calcolato essere 1/50 della circonferenza, corrispondente all’arco di meridiano tra le due località. Nota in 5000 stadi la distanza tra i due luoghi, la lunghezza del meridiano risultava, con semplice proporzione, 50×5000 = 250.000 stadi.

Il racconto di Cleomede è solo indicativo del metodo adottato da Eratostene, che va letto tenendo conto del livello di conoscenze scientifiche di allora.
La storia dell’assenza di ombra a Siene rispetto ad Alessandria andrebbe interpretata come una notizia giunta ad Eratostene che dava conferma della sfericità della Terra piuttosto che l’occasione per l’esecuzione della misura. L’ipotesi più affascinante, segno di una visione geometrica e matematica del problema, fu quella di aver considerato i raggi solari paralleli, conseguenza di un Sole ritenuto assai lontano dalla superficie terrestre. La misura dell’inclinazione dei raggi solari, ottenuta con lo gnomone, fu ricavata in maniera diretta, con una corda tesa dall’estremità superiore dell’asta all’estremità dell’ombra e quindi impiegando un cerchio suddiviso in tante parti uguali, in effetti un goniometro. Si deve escludere un metodo indiretto (altezza e lungh. ombra) non tanto perché la trigonometria applicata ai triangoli comparirà molti secoli dopo, ma perché i metodi della corda (equivalente alla funzione seno) per essere applicati avevano bisogno di tabelle che compariranno con Ipparco di Nicea un secolo successivo. Poichè Siene non è sul tropico, ma appena più a nord, il valore di 1/50 è, con molta probabilità, la differenza degli angoli delle ombre letti agli gnomoni nelle due località nello stesso giorno di riferimento (ad esempio al solstizio).
Infatti il valore angolare espresso in frazioni misurato da Eratostene era 1/50 di 360° corrispondente a 7°,2 un valore del tutto corretto se si pensa che tra Alessandria e Assuan, l’odierna Siene, la differenza di latitudine è di 7°,1.

Si noti che i numeri decimali, la cui origine si deve ai matematici indiani, compariranno in Europa più di 1000 anni dopo attraverso l’evoluzione e tramissione da parte degli arabi e per il tramite dell’italiano Leonardo Pisano, detto Fibonacci (1170-1240).

La distanza tra le due località di 5000 stadi, invece, è affetta da errore (per eccesso) avendole considerate sullo stesso meridiano. A questo punto per poter comprendere lo scostamento del valore ricavato da Eratostene rispetto al valore stimato oggi del meridiano terrestre occorre conoscere quanto vale in metri uno stadio. E qui nascono i problemi. Secondo gli studiosi che si cimentarono alla fine dell’800 il valore sarebbe compreso tra 157,5 e 163 metri, valori che conducono ad un errore della misura di poco meno del ± 2%. Un risultato di tutto rispetto.

Coordinate delle due località:
Assuan 24,1° N 32,9° E
Alessandria 31,2° N 29,9° E

Portolani

Dopo il lungo periodo dei peripli, con il loro contenuto narrativo dominante sulle informazioni nautiche, fatta eccezione per lo Stadiasmo o Periplo del Mare Grande, datato intorno alla metà del I sec. d.C., in cui il termine stadiasmo ha il significato letterale di “misura per stadi” che sostituisce le antecedenti valutazioni delle distanze in giornate, l’intensificarsi degli scambi economici tra le aree opposte del Mediterraneo, gli spostamenti su mare sotto la spinta delle Crociate e l’affermarsi di alcune città mediterranee come potenze navali, tra cui Genova e Venezia, diede un impulso alla produzione di una nuova documentazione nautica, il portolano o portulano, un nuovo termine coniato nel Medioevo come portolanus, “relativo al porto”, derivato dal latino portus, porto. Elementi distintivi rispetto ai peripli erano una maggiore presenza di informazioni sulle distanze, espresse in stadi o in miglia e sulle direzioni, conseguenza del perfezionamento della bussola magnetica, ma anche descrizioni delle coste ed altre notizie utili al navigante. Non a caso in origine il termine portolano era sinonimo di pilota, colui che guida la nave nell’entrata dei porti.

Il più antico portolano finora conosciuto è il Compasso da Navigare, scoperto e studiato dallo storico dell’antichità classica e geografo Bacchisio Motzo (1883-1970) che pubblicò i risultati del suo lavoro nel 1947 (il testo è stato riproposto nel 2012 dalla linguista Alessandra Debanne con un nuovo e più ricco corredo informativo tra cui un ampio glossario).
Di autore ignoto, probabilmente realizzato in Toscana, fu scritto in volgare (non sempre di facile interpretazione per il linguaggio stringato e gergale) e pubblicato in più edizioni, la prima delle quali si fa risalire al 1250.
Partendo da Gibilterra e procedendo in senso orario come nei peripli, vengono descritte le coste del Mediterraneo con indicazione dei porti e punti notevoli. Sono riportate sia le distanze, espresse in miglia (corrispondente a un valore valutato dagli studiosi compreso tra 1230 e 1280 metri).
Sul Compasso, come d’altra parte su tutta la produzione documentale nautica del Medioevo, vi sono ancora molte aree oscure che originano opinioni diverse da parte degli studiosi come ad esempio l’effettivo uso a bordo di documenti come le carte e i portolani.

Per dare un’idea del contenuto di un portolano riportiamo una delle tante istruzioni nautiche del Compasso:
Da lo dicto Taolato a lo capo de Solso xx millara per lo maestro ver lo ponente pauco.
Et guardate a lo ‘ntrare dentro d’una sacca plana que à entorno x palmi, et è dentro entorno ij millara per la via sopredicta, all’altra ponta appresso Taolato, denamti dericto a questa segonna ponta entorno j millaro en mare.
[Dal detto capo Teulada a capo Sulcis 20 miglia in direzione maestrale, un pò verso ponente (all’incirca 320°). Attenzione a non entrare in una secca piana che arriva a pescare fino a 10 palmi e si estende fino a circa due miglia nella direzione detta, dalla seconda punta dopo Teulada fino a circa un miglio davanti a questa punta].

Tra il XV e il XVI secolo furono prodotti numerosi portolani:
nel 1490 ne fu pubblicato uno a Venezia attribuito al mercante e navigatore veneziano Alvise Da Mosto (1429-1483). Noto come Portolano del mare o portolano Rizo, dal nome dell’editore Bernardino Rizo di Novarra, rappresenta uno dei primi esempi di documenti nautici a larga diffusione e con progressivi miglioramenti.
Con la fine del Medioevo i portolani furono impiegati, con diverso nome, da altre nazioni europee, primi i francesi con Le Grant Routtier et pilotage de la mer di Pierre Garcie (1430?-1502), considerato il primo idrografo francese, pubblicato la prima volta nel 1483 quindi integrato e aggiornato fino al 1643. In Francia il portolano è così chiamato routtier, un termine da cui discende l’inglese rutter e il portoghese roteiro.
Intorno al 1584 l’olandese Luca Jans Loon Waghenaer pubblicò una raccolta di documenti nautici, noti come Waggoners, comprendenti nozioni di navigazione, tavole, carte, istruzioni di navigazione sui mari d’Europa. Il grande successo spinse l’editore a pubblicarlo in varie lingue: l’edizione inglese aveva come titolo The Mariners Mirror, un’espressione che vorrebbe restituire al lettore, come fa uno specchio. lo spazio rappresentato. L’edizione uscì pochi mesi dopo la battaglia navale che vide gli inglesi sconfiggere la Invincible Armada, una impresa resa possibile anche per l’impiego intensivo dei Waggoners.
Un’altra produzione di documenti nautici in tale periodo storico furono gli isolari, descrizioni accompagnate da disegni di isole ed arcipelaghi del Mediterraneo, tra cui il Liber Insularium Arcipelagy (1420) del religioso fiorentino Cristoforo Buondelmonti (1385?-1430?).
L’elenco dei portolani è numeroso. Concludiamo citando il portolano del Mediterraneo Kitab-i Bahriye (Libro della marina) dell’ammiraglio turco Piri Reis (1465?-1553?) redatto intorno al 1520.

Carte, mappe ed altre definizioni

Carta, nel significato di rappresentazione sul piano, in forma ridotta e secondo opportuni simboli, della superficie della Terra o di una sua parte. Ha origini con il XIV secolo: l’italiano Petrus Vesconte (?- forse 1327), considerato il primo ad aver apposto firma e data su un’opera cartografica, utilizzava sia il termine carta sia tabula; un’ordinanza catalana del 1354 e un documento ufficiale portoghese del 1443 riportano l’espressione carta de marear.
Derivato dalla parola latina charta (foglio di papiro, scritto), si ritrova nelle principali lingue europee: : il francese carte, il tedesco karte, l’inglese chart, il norvegese kort.

Mappa, un termine latino (un pezzo di stoffa, un tovagliolo, un drappo) assegnato dagli agronomi medievali alle loro rappresentazioni grafiche dei terreni che probabilmente venivano eseguite su tela, da cui il termine.
Nella lingua italiana è pertanto la rappresentazione grafica di una zona di terreno, una carta geografica o topografica, una pianta la cui scala non supera certi rapporti.
Da tale termine seguirono parole composte come mappa mundī (da mundus, mondo), l’ antico francese mapamonde, il nostro attuale mappamondo, una rappresentazione cartografica in scala ridotta dell’intera superficie terrestre, talvolta riportata su una sfera, a partire dal IV sec., una realizzazione, soprattutto fuori dall’Italia, indicata più correttamente come globo, dal lat. globus o come planisfero, anche questo termine improprio.
Nella lingua inglese i due termini chart e map vengono assegnati a due distinte rappresentazioni della superficie terrestre. Il primo termine, che è anche grafico, tabella, è una rappresentazione di dati idrografici quali fondali, pericoli, ostacoli, ecc. utili al navigante; il secondo termine, map, è un contenitore di informazioni topografiche secondo criteri che ne specializzano l’impiego, dalle mappe stradali, agli atlanti, dalla rappresentazione della volta celeste alle distribuzioni geospaziali di informazioni su specifici temi (mappe tematiche), come quelli economici, sociali, sanitari, ecc.
Anche nella lingua spagnola la carta nautica è detta carta náutica mentre mapa è la carta geografica.
Nella lingua italiana il termine carta ha un significato molto ampio, dalle carte geografiche, tematiche, ai semplici fogli su cui scrivere, stampare, al materiale che in altre lingue deriva dal greco pápyros: in fr. papier, in ingl. paper, in sp. papel, da cui fogli di carta come l’ingl. sheet of paper.

Planisfero, dal latino planus, piatto, livellato e sphaera, in origine era la parola indicativa di una rappresentazione su superficie piana di una porzione della sfera celeste (tanto da essere qualche volta il nome dell’astrolabio). Successivamente il termine venne assegnato anche alle raffigurazioni cartografiche dell’intera su­perficie terrestre su una superficie piana secondo un tipo di proiezione.

Cartografia, termine relativamente recente, in uso tra i geografi francesi e tedeschi a partire dai primi anni dell’800.
Dal francese cartographie, composto dal latino medievale carta e dal francese graphie a sua volta dal greco graphia, scrittura, disegno, descrizione

Cosmografia, dal tardo latino (II-V sec.) cosmographĭa, a sua volta dal greco cosmos, universo, con il ‘500 assume il significato di descrizione del cielo con i relativi fenomeni, successivamente divenne sinonimo di geografia, intesa come rappresentazione scritta e disegnata di quanto era narrato in forma scritta e orale da viaggiatori, mercanti, monaci, piloti di navi. Attualmente il termine è ancora usato come descrizione di tutta la Terra in contrapposizione alla geografia che si occupa delle singole regioni.

Corografia, termine definito da Tolomeo come rappresentazione visiva di località come porti e villaggi. Nel Rinascimento venne impiegato per le mappe di piccole aree nazionali.

Nell’antica Grecia la parola pinax (da cui l’ital. pinaco nelle parole composte come pinacoteca) era il termine generico di tavola o quadretto dalla superficie piatta, come quelle cosparse di cera su cui si poteva scrivere. Tale termine era anche in uso ad indicare le carte geografiche a volte aggiungendo l’aggettivo geographikos (pinax). E’ proprio da tale originario significato che già con il Medioevo era in uso il termine tabula (spesso con l’aggiunta di Geographica) per le opere cartografiche.

Peripli

Nei continui viaggi per mare Fenici e Greci raccoglievano tutte quelle notizie di carattere tecnico utili per poter ripercorrere quelle rotte, soprattutto in prossimità delle coste. Si trattava, in origine, di istruzioni nautiche comprendenti distanze tra gli approdi, caratteristiche visive dei punti cospicui, indicazioni su scogli e bassifondi ed altro ancora, un’esperienza che veniva trasferita a intere comunità marinare che le trasmettevano di generazione in generazione oralmente.

A partire dalla metà del VI sec. a.C. si ha traccia di resoconti di tali viaggi spesso non redatti dagli stessi navigatori, ma da storici, poeti e geografi che, eliminata buona parte delle originarie notizie nautiche hanno aggiunto informazioni storiche, mitologiche ed etnografiche trasformando quelle narrazioni in opere letterarie, note come Peripli, dal greco períplous, circumnavigazione, rivolte a un pubblico colto, non certamente interessato da aspetti tecnici utili a una cerchia ristretta di esperti.

Già dal IV o V sec.d.C. i Peripli vengono classificati in Peripli parziali, che riguardano una parte del Mediterraneo (noto come mare Interno), i Peripli del mare Interno ed ultimi i Peripli del mare Esterno, l’Oceano, il “mare” che nell’ecumene avvolge le terre.
La narrazione nei Peripli procede in forma più o meno schematica e regolare di un viaggio per mare con l’indicazione delle distanze tra gli approdi espresse inizialmente in giorni e notti di navigazione.

Il documento più antico pervenutoci è il periplo di Annone il Navigatore, esploratore cartaginese famoso per aver navigato nel VI o V secolo a.C. lungo la costa dell’Africa, dall’odierno Marocco fino al Senegal.

Un altro itinerario degno di nota è quello attribuito a Scilace di Carianda (in Caria, un tempo regione dell’Anatolia difronte Rodi), un navigatore greco vissuto tra il VI e il V secolo a.C., di cui non si dispone la versione originaria, ma una di qualche secolo dopo, aggiornata e rielaborata tanto che gli studiosi lo definiscono come Periplo dello Pseudo-Scilace, una navigazione che inizia da Gibilterra, si sposta lungo la sponda settentrionale del Mediterraneo, gira il Mar Nero in senso orario e ritorna al punto di partenza attraverso l’Asia Minore (Turchia), il Levante, la costa dell’Egitto e del Nord Africa. In ogni caso Scilace è a noi noto anche perché Erodoto lo ricorda nelle sue Storie per aver condotto, su incarico del re di Persia Dario I, una spedizione che durò trenta mesi, dall’Indo fino alle coste settentrionali del Mar Rosso. Di tale spedizione non esiste alcun documento.

Un caso a parte è l’opera andata perduta di Pitea di Massilia, del IV sec. a. C., probabilmente dal titolo Sull’Oceano di cui restano pochi frammenti raccolti da autori successivi (Eratostene, Ipparco, Strabone) che riferiscono del viaggio del navigatore greco nel mar del Nord e attorno alla Gran Bretagna.

Un successivo periplo è quellodel Ponto Eusino (antico nome del Mar Nero), scritto dallo storico e politico greco Arriano di Nicomedia (antica città dell’Anatolia sul mar di Marmara) nel 130-131 a.C., che contiene una descrizione delle rotte commerciali lungo le coste del mar Nero.

Il Periplo più recente è Ora Maritima del poeta latino Rufio Festo Avieno (IV sec. d.C.) rifacimento di un antico periplo greco, databile al VI sec. a. C., integrato sulla base di fonti posteriori.

Il periplo del Mar Eritreo (Mar Rosso) è un testo, probabilmente compilato intorno alla metà del I secolo, descrittivo delle rotte di navigazione sul Mar Rosso e, in parte, l’Oceano Indiano e il Golfo Persico. Abbiamo conoscenza del documento attraverso un manoscritto bizantino del X secolo in quanto l’originale in greco andò perduto.

Particolarmente interessante è Lo Stadiasmus Maris Magni, un periplo greco di autore ignoto, nel quale sono descritti i porti e le rotte di navigazione del mare Mediterraneo (Grande Mare). Si tratta di un racconto di viaggio in cui le distanze sono espresse in unità lineari (gli stadi, da cui il nome), ma anche contenente notizie pratiche, forme espressive ed informazioni destinate ai naviganti, anticipando così i portolani medievali.

Il Periplo di Annone il Navigatore

I peripli, dal latino periplus, a sua volta dal greco períplous, circumnavigazione, erano una registrazione scritta dei viaggi esplorativi marittimi costieri condotti da Greci e Fenici, in cui alla descrizione delle coste, quelle del Mediterraneo, ma anche di parte dell’Atlantico, del mar Rosso e del mar Nero, si accompagnavano scene fantastiche, note mitologiche ed etnografiche che fanno assumere a tali opere un carattere più letterario e geografico che tecnico-nautico. La comparsa di un tale genere si attesta alla fine del VI sec a.C. anche se descrizioni di viaggi per mare si ritrovano in opere di autori più antichi tra cui Omero, ma molto probabilmente già con la crescita dei traffici nel Mediterraneo era uso impiegare notazioni verbali o altre forme di registrazione di dati nautici e geografici allo scopo, tra l’altro, di poter ripercorrere le rotte commerciali e coloniali individuate.

Tra i più antichi scritti, uno particolarmente rappresentativo, è il Periplo di Annone giunto a noi da una traduzione in greco dell’originale in punico. Si tratta di una breve relazione, di circa 800 parole, che la versione greca così introduce: I cartaginesi vollero che Annone viaggiasse al di fuori delle Colonne d’Ercole e fondasse centri libofenici. Egli salpò con sessanta navi da cinquanta remi (pentecontere) e una moltitudine di uomini e donne, fino a trentamila, con grano e altre provviste.

Fin dalla fine del ‘400 si cercò di identificare i luoghi indicati nel resoconto della spedizione cartaginese e ancora oggi non sono state confermate le corrispondenze dei luoghi descritti nel Periplo. Secondo l’opinione di un grande studioso del mondo fenicio e punico, l’archeologo Sabatino Moscati (1922-1997), la spedizione di Annone potrebbe essere giunta fino al Golfo di Guinea. Dopo la caduta di Cartagine (146 a.C.) ad opera di Scipione Emiliano, lo storico greco Polibio, per conto dello stesso Scipione, suo protettore e amico, esplorò la costa nord occidentale africana colonizzata dai cartaginesi portando presumibilmente con sé una copia del Periplo di Annone.

Ecumene di Erodoto

Ecumene di Erodoto

Ecumene di Erodoto – Ecumene ha il significato di terra abitata. Nell’antichità era così la porzione della terra emersa conosciuta e abitata dall’uomo. Il primo a redigere una carta dell’Ecumene, ricavata dalle informazioni fornite da viaggiatori, geografi, mercanti fu il filosofo greco Anassimandro di Mileto nel V – VI secolo a.C. che quindi può considerarsi il primo cartografo. Ha forma circolare in accordo all’idea dell’autore di una Terra dalla forma di un disco o un corto cilindro, sospeso nello spazio, una delle più rivoluzionarie ipotesi nella storia del pensiero umano.

Circa un secolo dopo sarà lo storico greco Erodoto, nel criticare la forma circolare, a immaginare un nuovo Ecumene la cui forma sarà rettangolare, più simile alle carte geografiche che troveranno una base scientifica ben 600 anni dopo ad opera dell’astronomo e geografo Tolomeo. Erodoto viaggiò e visitò gran parte del Mediterraneo orientale, ricavando tutte quelle informazioni con cui redigerà i nove volumi della sua opera principale, le Storie in cui, pur presentando aspetti discordanti, fornisce notizie interessanti sulla storia della navigazione dell’antichità.

Nel Libro IV così descrive la prima circumnavigazione dell’Africa: “La Libia [corrispondente all’Africa] si rivela essere interamente circondata dal mare, fuorché nel tratto di confine con l’Asia. Per quanto ne sappiamo il primo ad averlo dimostrato fu il re d’Egitto Neco [regnò dal 609 al 595 a.C.], interrotto lo scavo del canale che dal Nilo porta al Golfo Arabico, egli inviò dei Fenici su delle navi con l’incarico di attraversare le Colonne d’Eracle [nell’antichità esse rappresentavano il limite del mondo conosciuto e il limite della conoscenza] sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale [Mar Mediterraneo] e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; ogni volta che veniva l’autunno, approdavano, in qualunque punto della Libia fossero giunti, seminavano e aspettavano il tempo della mietìtura. Dopo aver raccolto il grano, ripartivano, cosicché al terzo anno, dopo due trascorsi in viaggio, doppiarono le Colonne d’Eracle e giunsero in Egitto. E raccontarono anche particolari attendibili per qualcun altro ma non per me, per esempio che nel circumnavigare la Libia si erano trovati il sole sulla destra “.
In effetti al tempo di Erodoto era difficile accettare quanto riportato nel racconto avendo vissuto sempre a nord dell’equatore dove si osserva il sole a sud, perciò nel navigare verso ovest vede il sole alla propria sinistra. Ma al Capo di Buona Speranza, trovandosi a sud dell’equatore, il sole a mezzogiorno si osserva a nord, pertanto a destra di chi viaggia verso ovest. Tale descrizione quindi è una conferma dell’impresa compiuta. Il viaggio dei fenici .

Si vuole precisare che l’ecumene riportato è una interpretazione risalente al XIX secolo. In realtà esso non può oggi essere considerato fedele a una idea del mondo di Erodoto visto che la Spagna non era ancora nota e non erano noti i confini dell’Europa, quando le Colonne di Eracle rappresentavano il limite del mondo conosciuto, il limite della conoscenza.

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