Bisquine, barca tradizionale francese

Il Bisquine (pron. bischin) era una imbarcazione da pesca nata alla fine del ‘700 nell’area Bretone del Golfo di Biscaglia, da cui probabilmente discende il nome, per poi diffondersi rapidamente lungo il resto della costa nord atlantica e quindi trovare la destinazione finale nelle baie di Saint-Malò e di Mont-Saint-Michel dal 1890 al 1930 (il termine compare per la prima volta nel 1825).

Scafi tra 18 e 40 piedi, a due alberi o a tre per le unità più grandi, prive di ponte le più piccole, semipontate e pontate all’aumentare delle dimensioni, ma comunque prive di sovrastrutture tanto che le uscite per la pesca raramente superavano il giorno e mezzo.
Diversi sono gli elementi distintivi dei bisquine che li rendono affascinanti. Osservando i disegni salta all’occhio la notevole altezza degli alberi, quello maestro inclinato verso poppa e soprattutto una grande superficie velica (con un alto rapporto superficie/lunghezza scafo quanto quello dei veloci clipper) estesa in altezza e lunghezza per mezzo di una lunga asta di fiocco, quasi mezzo scafo e un buttafuori a poppa per allontanare il punto di scotta della mezzana.
Una così vasta distribuzione di vele permetteva rapidi adattamenti che comunque richiedevano un equipaggio fisicamente ben dotato anche perché a bordo non vi erano verricelli, tutto avveniva con la sola forza delle braccia.
Ampio è anche il gioco dei fiocchi, dal più grande, simile a uno spinnaker per l’uso di un tangone, fino a una trinchettina di fortuna con due o tre vele intermedie, una di queste chiamata, non si sa perché, “Giovanna d’Arco”.

Molto somigliante al lougre, termine francese equivalente del lugger, una imbarcazione inglese, probabilmente della Cornovaglia, dal particolare armamento con vele al terzo (note come lug sail), ma con un’attrezzatura più semplice per permetterne l’uso anche con ridotto equipaggio. Gli alberi, ad esempio, sono dotati di poche manovre dormienti, che si possono definire volanti andando ad agire sull’elasticità degli alberi, mentre solo la trinchetta è dotata di strallo. Lo scafo ha la tipica forma dei cutter, con dritto di prua verticale e poppa ad arco (una caratteristica che non avevano i modelli più antichi).

I bisquine svolgevano la loro attività in acque del mare del Nord caratterizzate dalle notevoli escursioni di marea (tra le più ampie del mondo), da forti correnti marine e da condizioni meteorologiche non certo facili.
Velocità e potenza erano così fattori importanti sia per consentire di arrivare presto sui luoghi di pesca e ritornare in tempo per la vendita, sia per trainare lenze e reti anche controcorrente, ma soprattutto per trascinare sul fondo un attrezzo simile a un aratro, noto come fers il ferro, per la raccolta delle ostriche e delle capesante.

Con la comparsa nel golfo di Saint-Malò dei primi esemplari a partire dalla metà dell’800, nei 50anni successivi la flotta dei bisquine crebbe notevolmente con un flusso di barche principalmente nei periodi estivi nell’area delle Isole del Canale, da Jersey a Saint-Malò, provenienti soprattutto da due importanti centri di pesca, uno di fronte all’altro nel golfo, la bretone Cancale, sulla parte occidentale e la normanna Granville su quella orientale.
Stessa attività economica e diversa regione di appartenenza, seppure storicamente vicine, diedero origine ad una rivalità manifestata in una competizione già nel corso delle giornate di lavoro nell’arrivare prima sui luoghi di pesca e primi a portare il pescato sui banchi di vendita. Naturale fu passare a una dimensione competitiva da regate che iniziarono nel 1845 e un periodo d’oro tra il 1895 e il 1914 con il coinvolgimento ad ogni estate di tutta la comunità di Cancale e Granville che diede origine ai più bei bisquine: Le Vengeur (G 15), La Rose-Marie (G 16), La Mouette (CAN 37) o La Perle (CAN 55). Prima delle regate i porti erano in piena attività preparatoria, dalla pulizia delle carene, al cambio delle vele con altre conservate per l’occasione, alla revisione delle manovre. Al via le barche si affrontavano con cambi di bordo in cui la lunga asta di fiocco assomigliava più alla lancia dei tornei cavallereschi che costringeva l’avversario a tenersi distante. Dalle barche partivano contestazioni, insulti, frasi aggressive brandendo i remi e non era raro che gli scontri continuassero a terra prima e dopo l’assegnazione dei premi. Duri costumi per fortuna messi da parte nel tempo.

Intorno agli anni ’20 del ‘900, al fine di preservare la riproduzione delle ostriche selvatiche, le raccolte erano consentite solo nel periodo pasquale per 15 giorni, dalle 6 alle 18. Si racconta che un flusso di centinaia di barche, noto come la carovana, al colpo di cannone che annunciava l’apertura, si dirigeva con tutte le vele a riva per le zone di pesca, non diversamente da una regata. In effetti esiste documentazione di un solo episodio di carovana pasquale, occasione colta dal francese Roger Vercel (1894 – 1957), uno scrittore particolarmente attento al tema marittimo, per scrivere nel 1948 il romanzo La caravane de Pâques, con fotografie del regista di animazione Frédéric Back.

Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso due associazioni francesi decisero di costruire un tale tipo di imbarcazione, la prima, copia della La Perle del 1905, è La Cancalaise, dallo scafo nero, varata nell’aprile del 1987 (padrino fu il navigatore Eric Tabarly), con base nel porto di Cancale, la seconda, scafo biancao La Granvillaise, ispirata a La Rose-Marie del 1900, varata nell’aprile del 1990.
Si tratta di due barche all’incirca di 18 metri di scafo, velatura di oltre 350 metri quadrati, dislocamento di 50 t, asta di fiocco di circa 10 metri e un buttafuori a poppa di 4 metri. Per maggiori e più precise notizie tecniche si rimanda ai rispettivi siti:
la Cancalaise la Granvillaise

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